Noi
— 4 aprile 2019Jordan Peele confeziona un horror ricco di suggestioni che valica il genere e ci costringe a guardare in faccia il nostro peggior nemico. Noi stessi.
Prendete un regista semisconosciuto come era Michel Hazanavicius prima dei cinque Oscar per The Artist, fategli annusare il successo planetario per aver realizzato un progetto tanto delizioso quanto furbo (girare un film muto, oggi? Mais ce est génial!) e rimettetegli la macchina da presa in mano. L’Oscar, si sa, fa crescere tanto i cachet quanto le ambizioni di chi ha la fortuna di tenerlo tra le mani. E il regista francese ha giustamente sfruttato la scia del premio e le possibilità produttive che in genere vengono dietro, per accendere i riflettori su un conflitto snobbato dal cinema mainstream che ha trovato spazio solo in qualche documentario.
Con 22 milioni di euro di budget, Michel Hazanavicius si è gettato a capofitto in The Search, liberamente ispirato al lungometraggio del 1948 Odissea tragica (anche questo intitolato The Search in originale) di Fred Zinnemann con Montgomery Clift protagonista, aggiornandone gli strazi e gli orrori e trasportandoli dalla Seconda guerra mondiale al conflitto ceceno di fine anni Novanta. Approdato In Concorso all’ultimo Festivali di Cannes, il film è stato letteralmente fatto a pezzi dalla critica. A noi, però, è piaciuto.
Seconda guerra cecena, siamo nel 1999. In seguito all’assassinio dei propri genitori per mano di alcuni soldati Russi un bimbo di nove anni, Hadji (uno strepitoso Abdul-Khalim Mamatsuiev), fugge per cercare di salvare se stesso e il suo fratellino in fasce. Consapevole di non essere in grado di occuparsi del piccolo, decide di lasciarlo a una famiglia per proseguire da solo. L’incontro con Carole (Bérénice Bejo), delegata per l’UE nella sezione Diritti Umani, incaricata di riferire a un indifferente Parlamento Europeo la situazione umanitaria, farà tornare la speranza negli occhi di Hadji, le cui disavventure lo hanno privato della facoltà di parlare. Parallelamente alla storia di Carole e di Hadji, assistiamo a quella di Helen (la sempre perfetta Annette Bening), direttrice di un centro accoglienza per orfani, e del giovane Kolia (Maxim Emelianov), che ci mostra il conflitto dal punto di vista di un diciannovenne sorpreso a fumare uno spinello che, per evitarsi la galera, viene reclutato dall’oggi al domani nell’Armata Rossa.
Se vogliamo trovare un elemento che accomuni The Artist a The Search, a parte la presenza della protagonista femminile, la moglie e musa del regista Bérénice Bejo, questo potrebbe essere il silenzio. Condizione assoluta e un po’ ruffiana del primo titolo, la cui presenza è stata probabilmente la trovata migliore di Hazanavicius, e circostanza indotta nel secondo, che però si limita ad appartenere a un solo personaggio. Pellicola corale recitata in tre lingue, The Search si posiziona a metà tra un melodramma e un film di denuncia nel quale è possibile ritrovare tanto gli echi di Tarkovskij e del suo L’infanzia di Ivan quanto quelli di Germania Anno Zero di Rossellini.
Con alcuni passaggi che ricordano i romanzi d’appendice, alternati a scene crude e atroci (accostamento che in certi punti effettivamente stride) il film di Hazanavicius è fatto di volti segnati e sguardi privi di futuro, di vite martoriate e di labili e fioche speranze. Se l’elemento politico, causa scatenante del conflitto, rimane sullo sfondo (ma qualche frecciata all’allora Presidente Boris Eltsin e al Primo Ministro Putin non manca), è quello umano ad occupare la prima fila. Ci sono Hadji e Kolia a rappresentarlo, due personaggi costretti a subirla, quell’ingiusta guerra voluta dai Russi e spacciata come lotta al terrorismo: il primo fuggendola, l’altro trovandocisi in mezzo quasi per sbaglio e decidendo di conformarsi piuttosto che soccombere. Operazione riuscita, anche se parzialmente minata dalla natura ibrida del progetto che, girato con un realismo documentaristico addolcito da elementi mainstream (soprattutto in funzione di una durata piuttosto importante, siamo intorno alle due ore e mezza) in alcuni punti rischia di risultare poco spontaneo per l’ utilizzo di espedienti narrativi eccessivamente visti e poco “freschi”, che non alleggeriscono la mole di brutali contenuti di cui The Search si fa latore. Ma il coraggio di Michel Hazanavicius che ha abbandonato sogni e patinature per raccontare gli orrori di una guerra che per alcuni è ancora in corso (nonostante sia stata dichiarata la fine delle operazioni ufficiali nel marzo del 2009, l’attività di guerriglia infatti continua), è assolutamente da premiare.
Voto 6,5
Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.
Il cinema di Hazanavicius si fa serio. Lasciando da parte sogni e patinature il regista francese racconta con rigore e sentimento la seconda guerra cecena.
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