Noi
— 4 aprile 2019Jordan Peele confeziona un horror ricco di suggestioni che valica il genere e ci costringe a guardare in faccia il nostro peggior nemico. Noi stessi.
Filmare il vuoto. Quello pneumatico – fatto di televendite, soap opera, tette e culi – che, avvolgendo ineluttabilmente le coscienze degli italiani per un intero decennio, le ha obnubilate, ponendo di fatto le basi per la discesa in campo del Cavaliere. Ma anche il vuoto valoriale che sembra marchiare in modo indelebile quello stile di vita che tuttora Berlusconi prova a vendere come fosse un appartamento full optional nell’Eden Artificiale di Milano 2. Con Loro, in fondo, Paolo Sorrentino vuole solo filmare il vuoto. Non gli interessa granché capirlo né, tanto meno, spiegarlo agli altri, ché, a quello, semmai, ci penseranno gli storici. Qui invece c’è da mostrare un totem scalfito. Lo specchio nel quale, da più di vent’anni, un discreto pezzo di Italia ha scelto di vedersi riflesso per come sognava di essere, o meglio, per come era stato indottrinato a pensare di voler essere. Il Silvio Berlusconi (Toni Servillo) appena accennato in Loro 1 qui appare in tutta la sua amara natura di dio decaduto. Un Napoleone confinato in un esilio che, per quanto dorato, non riesce comunque ad assomigliare a nessun mondo possibile. E, dopo il lungo incipit preparatorio del primo capitolo, con Loro 2 Sorrentino è finalmente libero di lasciar deflagrare il suo attore feticcio. Ed è subito Servillo Show, fin dalla prima sequenza in cui l’interprete addirittura si sdoppia, palesando il senso di un’opera monstre bella e imperfetta che, proprio nel suo essere (volutamente) priva di appigli con il reale, coglie appieno il senso di un’epoca ancora così vicina da risultare sfocata.
Non è affatto un caso che, ogni qual volta l’autore cerca di riconnettersi alla cronaca in maniera più diretta, perda irrimediabilmente di fascino. Accade ad esempio quando decide di filmare l’infilmabile, ovvero quel terremoto de L’Aquila che, se da un lato, è utile ad amplificare visivamente l’irreversibile processo di scollamento in atto all’epoca tra Berlusconi e il Paese reale, finisce anche con lo svelare il proprio artificio, tradendo la relativa incapacità del suo cinema di funzionare una volta abbassatosi al livello della strada. È per questo che, nella sua natura di clown triste, Berlusconi risulta extra-ordinario allo stesso modo in cui lo erano Titta Di Girolamo ne Le conseguenze dell’amore o il Geremia de’ Geremei de L’amico di famiglia. O, se preferite, come un Jep Gambardella al confino. Un divo che, al contrario di Andreotti, che tirava le fila mantenendosi ai margini di tutto, smette di avere un senso quando non ha più un palco. Per tutto il film vediamo Berlusconi fuori dal centro della scena, costretto lì dove nulla di importante sembra accadere e niente si decide. In una Villa Certosa dove, tra le recriminazioni di una moglie stanca (la straordinaria Elena Sofia Ricci) e le sfiancanti richieste di cariatidi indebitate, non gli resta che rifugiarsi in un glorioso passato di venditore – nella bellissima scena in cui telefona di notte a una signora a caso per vendere un appartamento che forse neppure esiste – o in un presente molto meno glorioso, fatto di cene affollate da donnine acquiescenti che rideranno a comando ad ogni ritrita battuta sui comunisti cattivi e simuleranno stupore di fronte all’ovvia metafora sessuale di un vulcano artificiale in eruzione.
Dopo la sbornia di sesso e coca del primo atto, Loro 2 rientra dunque sui binari di un Sorrentino già noto. La sorpresa, piuttosto, è che la divisione in due capitoli, in precedenza considerata illogica sotto ogni punto di vista che non fosse quello più squisitamente commerciale, finisce con il fare un gran bene a un’opera così orientata sulla sua stella polare semantica, da perdere di vista in più occasioni la propria coerenza interna. Se considerato infatti come un unico film di quasi quattro ore, Loro è sfilacciato e fin troppo saturo di sottotracce narrative, alcune delle quali neanche perfettamente chiuse. È il caso, ad esempio, della parabola di Sergio Morra (Riccardo Scamarcio), protagonista quasi assoluto del primo capitolo e qui relegato a figurina di contorno, oppure del fantomatico Dio, potentissimo e innominabile personaggio appena tratteggiato in precedenza che, inspiegabilmente, non ritroviamo affatto (se non in un accenno verbale) in Loro 2. Resta l’idea di un’opera interlocutoria, amata forse fin troppo dal suo stesso autore. Un flusso di (anti)coscienza che ha il merito di non temere di farsi volgare per rappresentare la volgarità e che, chissà, se epurato di almeno una trentina di minuti di troppo, avrebbe potuto essere un ottimo film. Oppure, anche meglio, se rimpolpata del materiale che non abbiamo dubbi essere stato sacrificato al montaggio, addirittura una serie TV.
Voto 6,5
Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.
Paolo Sorrentino completa il ritratto, estremamente personale e controverso, che ha voluto dedicare a Silvio Berlusconi.
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