Noi
— 4 aprile 2019Jordan Peele confeziona un horror ricco di suggestioni che valica il genere e ci costringe a guardare in faccia il nostro peggior nemico. Noi stessi.
Cosa succede quando incontri la donna che ritieni possa essere l’amore della tua vita, riesci a strapparle un appuntamento e, immediatamente dopo averla accompagnata a casa, realizzi che alcune cose avresti potute farle meglio o semplicemente in maniera diversa?
O che avresti potuto non dire certe cose. Oppure dirle meglio.
La quasi totalità delle persone non può fare altro che arrendersi di fronte all’irreversibilità degli eventi e sperare che il secondo appuntamento vada meglio. Se non addirittura che un secondo appuntamento gli venga effettivamente concesso.
Tim (Domhnall Gleeson) invece no. Lui ha la possibilità di chiudere gli occhi e di tornare fisicamente all’attimo che precede quell’appuntamento per riviverlo più e più volte, fino ad avere la piena coscienza che tutto sia andato alla perfezione.
Tutti gli uomini della sua famiglia hanno questo dono, anche suo padre (Bill Nighy), a cui spetta il delicato compito di rivelare il segreto ad un incredulo Tim ventunenne.
Il giovane, inguaribile romantico, inizia subito a utilizzare questo potere a fini seduttivi, ma sarà solo dopo l’incontro con Mary (Rachel McAdams) che comprenderà l’importanza del tempo speso bene, anche se solo per una volta.
E’ importante essere subito molto chiari su una cosa: questo film è un piccolo miracolo.
E’ un miracolo innanzitutto per quel mood di magica leggerezza che è capace di creare e di conservare in maniera ininterrotta per due ore.
E’ un miracolo Domhnall Gleeson, questo cucciolo d’uomo dagli occhi innamorati che sembrano stupirsi di continuo per tutto ciò che di bello gli accade, quasi a chiedersi “ma me lo merito?”.
Anche Rachel McAdams è un miracolo, ma questo un po’ già si sapeva. Un miniatura di donna che riesce inspiegabilmente a contenere in sé sia l’eleganza classica di Audrey Hepburn che l’ironia di Meg Ryan.
Ed è un miracolo il modo in cui Richard Curtis (Love Actually, I Love Radio Rock) compie l’impresa, quasi impossibile, di prendere l’elemento cardine alla base di qualsiasi commedia romantica, ossia l’eterno scontro tra le volontà dei soggetti in gioco e l’inesorabile scorrere del tempo, e ribaltarlo uscendone vittorioso, senza trasgredire a nessuna delle ferree regole del genere.
Regole che Curtis – sceneggiatore di due delle migliori commedie romantiche degli ultimi trent’anni, Quattro matrimoni e un funerale e Notting Hill – conosce a menadito e che gli permettono, complice l’escamotage dei viaggi nel tempo, di costruire questo capolavoro deliziosamente metacinematografico in cui, ogni volta che Tim torna indietro nel tempo per compiere azioni passate in maniera diversa e riscrivere l’immediato futuro, in realtà è il regista stesso a tornare indietro e a riscrivere parte del film. Tutto ciò mentre la pellicola continua a scorrere.
Questione di tempo diventa così un nuovo archetipo di commedia romantica che invece di limitarsi a girare intorno al concetto di perfezione (l’incontro perfetto, l’uomo perfetto) lo affronta di petto, senza risparmiarsi e risparmiarci nulla e risultando alla fine molto più simile alla vita di quanto ci si aspetterebbe da un film il cui protagonista viaggia nel tempo.
I duri di cuore si astengano con estrema tranquillità.
Voto 8
Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.
Richard Curtis ci regala ancora una volta una commedia leggera, ironica, profonda e assolutamente imperdibile.
Jordan Peele confeziona un horror ricco di suggestioni che valica il genere e ci costringe a guardare in faccia il nostro peggior nemico. Noi stessi.
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