Noi
— 4 aprile 2019Jordan Peele confeziona un horror ricco di suggestioni che valica il genere e ci costringe a guardare in faccia il nostro peggior nemico. Noi stessi.
Rigenerante antidoto ai tonitruanti, bulimici sermoni di Interstellar e al tanto insistito quanto artificioso “effetto-verità” di Boyhood, dalla line-up di Cannes2014, dal cui Palmares è stato clamorosamente escluso, approda finalmente in sala il ritorno dietro la macchina da presa di Jean-Pierre e Luc Dardenne, quel Due giorni, una notte che, dopo un paio di ottime opere di transizione come Il matrimonio di Lorna e Il ragazzo con la bicicletta, ritrova lo stato di grazia e di finitezza formale dei loro imprescindibili capolavori a cavallo a fra i due secoli. Risultato di abbacinante, fulgida purezza, la peregrinazione suburbana dell’operaia Sandra (Marion Cotillard) e i suoi incontri con i colleghi che dovrebbero garantirle la permanenza sul posto di lavoro è una mini-odissea individuale di insostenibile partecipazione, non un bieco studio sull’avidità e sull’egoismo fatto di manicheismi fasulli, ma una parabola sulla solidarietà, sull’empatia e sul sacrificio raccontata con la potenza incontenibile della grammatica di base dell’espressione filmica.
Rinunciando come di consueto all’uso del primo piano, all’alternanza di campi e controcampi e a qualsiasi altra forma di “mistificazione” registica, i fratelli valloni catturano l’essenza del quotidiano con l’eccezionale naturalezza che contraddistingue la loro produzione dai tempi de La promesse in poi, mettendo in scena una specie di La parola ai giurati sottoproletario dell’epoca della crisi, riuscendo a trasporne la medesima tensione e il medesimo tormento nei limiti dell’ordinaria miseria della periferia, lungo un percorso, lontanissimo da ogni ostentazione calvarica, nel quale al centro di tutto rimane sempre e comunque la dignità e al termine del quale un lieto fine per riconquistare il piacere di vivere è solo grasso che cola.
A servizio della pellicola, e, miracolosamente, non viceversa, Marion Cotillard è una protagonista impagabile e mimetica, coraggiosissima nel suo anti-divismo a mettersi nelle mani di due già comprovati direttori di attori di estrema sensibilità – si pensi alla Émilie Dequenne di Rosetta e all’Olivier Gourmet de Il figlio (loro personale feticcio che, per la gioia degli affezionati, torna nell’epilogo nei panni del “villain” Jean-Marc), interpretazioni entrambe premiate sulla Croisette -, l’incarnazione esemplare di un ritratto al femminile complesso e coinvolgente come Almodóvar solo si sogna. Una performance affiancata dall’altrettanto insostituibile Fabrizio Rongione, altra figura ricorrentissima nella filmografia dei due cineasti belgi, con cui innesca una delle storie d’amore più trascinanti e autentiche del cinema contemporaneo, un “soli contro tutti” di epica normalità che culmina con quel gioco di sguardi, sorrisi e silenzi in auto con La nuit n’en finit plu di Petula Clark in sottofondo – un momento di purissima commozione – e che non può non far pensare alla coppia Gary Cooper/Grace Kelly di Mezzogiorno di fuoco, classico di cui ricalca a grandi linee lo svolgimento e il tono concitato, ma, forse un po’ sorprendentemente, non il senso di sfiducia e di scoramento nei confronti del prossimo, sostituito da quel moderato ottimismo e da quell’inno alla vita che persino nello squallore di Rosetta finivano per emergere.
Perfettamente compiuto nella sua ripetitività e nel suo minimalismo come solo certe composizioni di Steve Reich o certe installazioni di Sol LeWitt riescono a essere (e non da essi zavorrato, come la stampa statunitense, in vista degli Oscar, va zoticamente cianciando), Due giorni, una notte è, in sostanza, un minuscolo prodigio che restituisce alla Settima Arte la sua trasparenza e la sua urgenza, un’ora e mezza di assoluta, disarmante onestà artistica e umana che, pur riportandoci anche duramente alla realtà fuori dalla sala, ci ricorda ancora una volta le proprietà salvifiche ed entusiasmanti del grande schermo.
Dovendo scegliere un solo film da vedere in tutto il 2014, con buona pace di astronauti, di donne scomparse e di altri zuccherini per l’Academy e per le multisale, con Due giorni, una notte si va sul sicuro.
Voto 9
Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.
Una parabola sulla solidarietà raccontata con la potenza incontenibile della grammatica di base dell’espressione filmica.
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